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Turismo, Selvaggia Lucarelli dalle pagine de Il Fatto: “Il mal di Molise esiste, io lo so”

La giornalista e blogger Selvaggia Lucarelli, terminate le vacanze molisane, racconta il suo viaggio dalle pagine de Il Fatto Quotidiano di oggi, domenica 23 agosto. E non solo scopre che il Molise esiste, ma che esiste anche il mal di Molise…

«Tutto ha avuto inizio con una battuta durante il lockdown. Il Governo aveva appena concesso il permesso di uscire per andare a comprare il pane in quanto spesa necessaria e io ho scritto sui social “Ok, vado a comprare il pane in Molise”. Non lo avessi mai scritto: nel giro di poche ore mi sono ritrovata con inviti in ogni panetteria del Molise, naturalmente a quarantena finita. Inviti a cui ho risposto sì, ma con la vaghezza a cui si risponde agli amici che ti chiedono quando ci vediamo e tu dici “prestissimo, dopo le feste” ed è il quindicesimo Natale in cui rispondi così. L’idea però ha continuato a frullarmi per la testa. Guardavo le foto delle vacanze d’agosto dello scorso anno in Cina, mi dicevo che sono andata fin lì per capire qualcosa del paese più enigmatico al mondo ma che in fondo nessuno dubita dell’esistenza della Cina. L’esistenza stessa del Molise è invece fonte di dubbi sarcastici da decenni e in fondo, anche se sai che esiste, magari pensi come Giovanni Toti che sia terra di laghetti e fumiciattoli, un specie di Pufflandia, senza neppure il mare.

Alla fine, in Molise ci sono andata davvero in vacanza. E ho scoperto che gli aggettivi più abusati per descrivere il Sud che resiste, qui non c’entrano nulla. Non è quel Sud fiero, orgoglioso, che alza la voce quando il resto del paese se lo dimentica. C’è, in Molise, la diffusa rassegnazione di luogo lasciato solo, in cui chi è rimasto ha imparato a bastare a se stesso. E’ così poco raccontato, il Molise, che il Molise stesso ha perso la capacità di raccontarsi. Per arrivare nel sito archeologico più importante della regione, Sepinum, un’incredibile area archeologica di origine romana, non si trovano indicazioni lungo la strada. Ci siamo fidati del navigatore, ma la strada pareva portare dritta nella cascina di un contadino o a Narnia, non certo in un sito che sembra Pompei, ma immerso nel verde delle campagne molisane, in un silenzio suggestivo, tra pochi visitatori che non pagano neppure un biglietto. I cartelli stradali che indicano “Sepinum” dovrebbero iniziare al casello di Milano Sud, e invece non ci sono neppure in Molise. “Sei sicuro che sia la strada giusta?”, in effetti, è la frase ce si pronuncia più spesso girovagando per la regione. Perché per andare da un comune all’altro spesso ci si ritrova ad attraversare boschi fittissimi, a percorrere 7 km in 30 minuti, a immaginare scenari drammatici in cui si buca una ruota, il segnale del telefono sparisce e tu entri a far parte di una comunità di lupi, finendo sulla copertina di National Geographic 20 anni dopo.

I paesaggi, però, sono una meraviglia. E capiamo quanto di inesplorato c’è in Molise quando arriviamo in un paese di mille abitanti che si chiama Carpinone. A Carpinone ci sono due cascate stupende a dieci minuti dal centro del paese che alcuni ragazzi, appunto, hanno scoperto e reso accessibili ai turisti un anno fa. Ho chiesto a qualche anziano di Carpinone se quelle cascate le ha mai viste e mi ha detto di no. Non immaginate le cascatelle con un rigagnolo e una pozza d’acqua torbida in cui galleggia del verde muschioso. Sono cascate con un salto di metri e un lago cristallino in cui fare il bagno, che fino a ieri non esistevano neppure sulle guide.

Ed è stato bello, quasi commovente, vedere questo paesino con un centro affollato di turisti che erano lì per andarle a scoprirle. Non solo. Carpinone stesso ha un borgo bellissimo, in cui nessuno vive più. E’ uno dei tanti borghi spopolati del Molise in cui se vuoi ti compri una casa con 5000 euro. La signora Elena è rimasta sola, a vivere su nel borgo. La incontro mentre annaffia le piante. Mi mostra una casa in vendita, accanto alla sua. Su un vecchio tavolo, accatastati l’uno sull’altro, ci sono delle immagini religiose impolverate della via crucis. Le chiedo di chi siano, vorrei comprarle. “Le ha lasciate qui il prete che se ne è andato anni fa”. E qui inizia una trattativa che neppure per l’acquisto di Ronaldo. La signora dice che potrei fare un’offerta alla chiesa e prenderle, ma prima vuole avvisare il sacerdote. Il sacerdote filippino arriva dopo un po’ e scopre questi quadri di cui non sapeva nulla. Dice che me li darebbe ma saranno nel registro della chiesa e se me li vende finisce in galera, e per un attimo vedo la situazione da fuori: sono in una casa abbandonata in Molise che cerco di corrompere un integerrimo sacerdote filippino perché mi venda immagini di una via crucis. Realizzo che è tutto incredibilmente surreale e lascio lì la via crucis, per poi entrare nel castello abbandonato del paese che però ha un citofono e nessuno del mio gruppo ha ancora capito chi ci abbia aperto.

E sono tanti, in Molise, i borghi meravigliosi in cui non vive quasi più nessuno. Il Molise in cui ho visto indossare le mascherine in paesi di 200 abitanti, che tu non sai se si proteggono dal virus o se hanno paura di ingoiare un insetto, per sbaglio. E quasi ti commuovi. Il Molise in cui dopo aver fatto visita a Trivento una macchina ci ha inseguito sulla statale, lampeggiandoci e facendoci accostare perché secondo l’amabile signore eravamo andati via senza assaggiare le specialità del posto. (aveva ragione lui, ma ho pensato a un’esecuzione). Il Molise di Bagnoli del Trigno o Duronia in cui le vie d’estate sono invase da taxi romani e sembra una visione onirica, invece scopri che i tassisti romani sono in buona parte molisani e ad agosto tornano qui. Il Molise delle morge cenozoiche, questi giganteschi massi sputati fuori dalla terra quando il Molise era mare, pieni di fossili e conchiglie, sui quali spuntano chiese e campanili. (Pietracupa e Salcito, che meraviglia).

Il Molise che quando arrivi in un posto la gente ti guarda come fossi pazzo, come se davvero tu avessi sbagliato strada e fossi finito lì per caso. Per poi raccontarti la sua storia, la storia di questa terra, con la gentilezza modesta e luminosa dei molisani, che tanto ho amato in questo viaggio. E il segno che il Molise sia tutto da scrivere e da raccontare è nell’ultimo mio incontro prima di partire. Girovagavo tra i resti dell’anfiteatro romano di Larino con la valigia già in macchina e inciampo in quella figura mitica e misteriosa che è colui che scrive le guide Lonely Planet. Mi spiega che sta scrivendo la guida del Molise. “Sai che qui esistono delle cascate bellissime e sconosciute fino a ieri?”, gli dico. Il tizio tira fuori un taccuino, e prende appunti. Io penso che vorrei essere lui e ricominciare il giro daccapo, avere il privilegio di svelare la regione che forse non sa abbastanza di esistere. Nel frattempo, so che il mal di Molise esiste».

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