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Coronavirus, la toccante storia di una molisana neoassunta all’ospedale di Modena

Vorrei che questo messaggio arrivasse a tutta l’Italia, perché siamo tutti uniti, oggi vince il bene comunitario non l’individualismo. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono “Siamo perduti” (v.38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme». Non ci sono parole migliori, se non quelle espresse da Papa Francesco nell’omelia di ieri 27/03/2020.

Vi racconto la mia esperienza, se può servire per riscaldare i cuori di tutte quelle persone che sono lontane da casa e che offrono il proprio servizio presso gli ospedali e tutti gli organi di Stato, con particolare attenzione a tutti gli operatori che continuano, con grande professionalità e dedizione ad effettuare il loro servizio permettendo alla grande barca sanitaria di non affondare. Lavoro all’ospedale civile di Baggiovara, sono una “neoassunta”, torno indietro nel tempo e penso a quanta emozione ho provato quando mi chiamò mia madre, mentre io mi trovavo in viaggio a Valencia, per leggermi il telegramma che mi annunciava che ero stata chiamata per lavorare a tempo indeterminato a Modena. Dopo tanti anni di partita iva, concorsi, avvisi pubblici e contratti a tempo determinato, finalmente la chiamata alla soglia dei 30 anni. Via, un nuovo viaggio, una nuova esperienza e finalmente una stabilità lavorativa, saluto di nuovo il mio Molise, perché diciamola tutta non ho avuto molte opportunità nella mia terra e quindi negli ultimi anni l’ho abbandonata, per andare prima ad Avezzano, poi Siena, poi Como e ora Modena.

Dopo due mesi di lavoro in questa nuova struttura ospedaliera siamo in emergenza covid, ci viene chiesto di supportare i reparti più sofferenti, a prescindere dalle mansioni ordinarie di ciascuno, potremmo essere tutti coinvolti e fornire un aiuto attivo. Per ora in reparto tanti sospetti covid, tamponi eseguiti, tutti negativi, lavoriamo ogni giorno incontrando solo gli occhi dei nostri colleghi, siamo tutti in costume come se stessimo recitando in una parte improvvisata ed ogni giorno aggiungiamo un “accessorio nuovo” alla nostra imbracatura: occhialini, cuffia, guanti, 2 mascherine, camici… quando regolarmente indossiamo una semplice divisa.

Finchè giovedì primo caso di covid confermato, tampone positivo, gli operatori che sono stati a contatto con il paziente sono in quarantena attiva, d’accordo, l’avevamo preventivato, sapevamo che sarebbe successo anche a noi, seguiamo tutte le disposizioni che ci vengono richieste. Rientro a casa, informo la persona con cui condivido l’appartamento di essere in quarantena attiva con tutte le spiegazioni del caso, la sua risposta “ti voglio fuori di qui”. Ecco ora inizia la parte bella, non sapevo cosa fare, ho contattato tanti organi che mi hanno detto che non potevo assolutamente muovermi da quel domicilio, poi chiedo aiuto al mio coordinatore, si attiva una risposta a cascata: sindacati, ausl, confcommercio, federalberghi e nel giro di un paio d’ore abbandono l’appartamento in cui ero domiciliata per essere accolta in una struttura dedicata. Ora mi sento libera nella mia “quarantena”, perché oggi ha vinto la bontà sull’abbandono e la crudeltà. In una società afflitta dal male dell’egoismo, oggi offro la mia testimonianza, il fare comunitario vince sull’individualismo. La barca non affonda se tutti insieme remiamo verso terra. Oggi sono grata a tutti voi che aiutate la nostra sanità, l’Italia può vincere questa guerra ma dobbiamo volerlo tutti. Un pensiero d’affetto va a tutti i miei colleghi e a tutti i sanitari che non si tirano indietro ma che in prima linea lottano contro il nemico invisibile, insieme siamo una forza.

Una semplice logopedista, Monia.

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