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Roma: l’omaggio a Giose Rimanelli, scrittore condannato all’isolamento

Lo scrittore delle aperture, del dialogo con gli altri, capace di conciliare gli opposti e, per paradosso, quasi condannato all’esilio e all’isolamento dai letterati italiani più in voga negli anni Cinquanta.

Giose Rimanelli, nato a Casacalenda nel 1925 e scomparso all’inizio di quest’anno negli Stati Uniti a 92 anni, è stato uno degli autori molisani più importanti del Novecento. Ha firmato con Mondadori il suo capolavoro “Tiro al piccione” (1953) sui reduci della Repubblica di Salò, da cui è stato tratto il film omonimo per la regia di Giuliano Montaldo. Ma anche “Il mestiere del furbo” (1959), rassegna pungente della narrativa italiana contemporanea con posizioni fortemente critiche nei confronti della letteratura da salotto e da premi letterari, non risparmiando critiche a Bassani, Falqui, Moravia e Pasolini. Un libro, edito da Sugar, che qualcuno ha definito il suo “suicidio letterario” in quanto gli ha chiuso tutte le porte in Italia, quasi costringendolo alla lunga “avventura” americana.

A distanza di pochi giorni dal convegno svoltosi a Campobasso, importanti esponenti della cultura hanno reso omaggio allo scrittore molisano presso il prestigioso Centro Studi Americani di via Caetani 32 a Roma. Occasione dell’evento, realizzato in collaborazione con l’Università degli studi del Molise e con l’associazione Forche Caudine di Roma, è stata la presentazione del libro “Due esiliati, Giuseppe De Santis e Giose Rimanelli”, a cura di Antonio Carlo Vitti, edito da Metauro.

Ad aprire e coordinare i lavori nello splendido salone di palazzo Caetani è stato l’accademico toscano Gino Tellini, professore emerito di Letteratura italiana all’Università di Firenze, il quale ha tracciato il ritratto biografico e critico di Rimanelli. A seguire l’emiliano Eugenio Ragni, ordinario di Letteratura italiana presso la facoltà di Lettere di Roma Tre, ha denunciato il colpevole silenzio – salvo poche eccezioni – che avvolge l’opera dello scrittore molisano. Una vera e propria condanna dovuta inizialmente all’equivoco generato dalla sua adesione alla Repubblica di Salò e alla collaborazione con il settimanale di destra “Lo Specchio”, impegni che lo hanno marchiato ingiustamente di fascismo, e poi all’aver voluto firmare “Il mestiere del furbo”, che invece sarebbe dovuto uscire anonimo.

Molto efficace la relazione di Daniela Privitera, adjunct professor di letteratura italiana contemporanea presso il Middlebury College at Mills di San Francisco (Usa): oltre ad individuare nell’esilio statunitense di Rimanelli una sorta di “fuga di cervelli” ante litteram, ha offerto una bellissima definizione del Molise come “condizione adamitica di purezza”.

La professoressa Anna Maria Milone, che nel 2012 ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Messina proprio con una tesi su Giose Rimanelli, in particolare sul code switching nei due romanzi “Familia” e “Il Viaggio”, ha approfondito l’analisi dell’esperienza linguistica dello scrittore molisano autore di testi variegati che hanno toccato, oltre la letteratura, anche la sceneggiatura cinematografica, la scrittura teatrale, la poesia.

Dopo la relazione di Giorgio Losi dell’Indiana University Bloomington, che s’è soffermato principalmente sull’opera di Giuseppe De Santis, ha chiuso i lavori Antonio Carlo Vitti, studioso di fama internazionale, il quale ha evidenziato come lo scrittore molisano, nella condizione di esule, abbia saputo trovare lo stimolo per un linguaggio narrativo originale e profondo.

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