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RICONGIUNGERSI AL CONGIUNTIVO

Sembra un gioco di parole, ma ad un occhio attento apparirà come una inesorabile verità.

Perché il turpiloquio linguistico a cui molti si lasciano andare mi dà proprio l’idea di un profondo dissidio intercorso, una furente litigata con tanto di servizio di piatti di fine Ottocento scagliato addosso a tutte le edizioni dello Zanichelli.

Ebbene si, sono una di quelle che corregge le persone mentre parlano.

(Un difetto tramandatomi dalla nonna materna. Provateci voi a passare giorni interi con una professoressa di lettere del liceo classico!)

Se non lo facessi, se per puro caso o per contegno mi volessi trattenere, sarei destinata ad una inevitabile figura di niente, perdendo il filo del discorso, non ascoltando più neanche una sillaba pronunciata dal mio interlocutore, fossilizzata come un osso del paleolitico sotto strati di terra e secoli su quell’unico, piccolissimo, cacofonico “se avrei!”.

Odiosa. Io, forse. L’attentato alla lingua italiana, sicuramente.

Ma non è un vezzo, il mio.

Né l’ostentazione di chissà quali conoscenze classico/umanistiche.

È una questione di rispetto.

La mia nonna, sempre la latinista (che quando parlava di Dante o Boccaccio sembrava quasi avesse avuto con i sommi un flirt adolescenziale, tanto ne era incantata!), mi diceva sempre una cosa:

“Chi non sa leggere la sua scrittura, è un asino addirittura!”

In relazione a quelle volte in cui, leggendole i miei temi raccolti in quadernoni così tanto usurati da sembrare contemporanei ad Anna Frank, “inceppavo” nella mia stessa grafia.

Bene. Credo che la massima della mia ava abbia la stessa valenza per la propria lingua madre.

Come dire: chi non parla correttamente la lingua della sua natura, è un asino addirittura!

Chi dovrebbe parlare correttamente l’italiano, se non un italiano?

Chi dovrebbe tramandarlo nella sua forma più perfetta, se non un nativo dello stivale?

E non regge la scusa del “tanto basta farsi capire” perché se così fosse gireremmo con in tasca un block notes per fare i disegnini.

(Ed immaginate quanti di noi disegnando delle mele al fruttivendolo porterebbero a casa pesche e ciliegie!)

Non è solo per farsi capire che si parla correttamente. Che si coniugano i verbi o si accordano gli aggettivi.

La nostra lingua è poesia e ce ne vantiamo nel mondo.

Ogni tedesco invidia la dolcezza dei testi delle nostre canzoni, ogni inglese i “gli” e “gni” che non possiede.

I francesi ci invidiano un po’ tutto, ma questa è un’altra storia.

Soprattutto, ogni italiano dovrebbe non veder storpiata la propria lingua, men che meno da un altro italiano.

E non intendo dire di abbandonare le colorite espressioni dialettali o riesumare termini aulici in disuso persino alla Normale di Pisa, ma semplicemente di ricongiungersi al congiuntivo.

Questo nemico immaginario che sembra attentare ai momenti più belli della nostra vita quando, nel bel mezzo di una dichiarazione d’amore stona nel suo sonoro “Se avrei la luna te la regalerei”.

(E SE IO AVREI STATA LA TUA INSEGNANTE MI FOSSI SUICIDATA!)

Ed il rispetto a cui prima alludevo è proprio quello nei nostri stessi confronti.

Per non farci prendere in giro da chi un congiuntivo, forse, lo sa anche coniugare ma magari vale la metà di noi.

Per non essere quegli “asini addirittura” che non conoscono lo strumento meraviglioso di cui l’essere nati in Italia ci ha dotati.

Perché l’italiano è musica, ma gli accordi li si deve conoscere. Altrimenti non si suona, si raglia!

Quindi non offendetevi se qualcuno vi corregge, prendetela come occasione d’oro per far pace con quel permaloso di un congiuntivo!

 

E se tu volessi, potresti anche farmi sapere.

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About Lisa Toma

Lisa Toma
Scrivo. Da ancor prima di iniziare a parlare. Scrivo di tutto ciò che il mondo voglia raccontarmi. Amo il mare, l'odore di zucchero filato, la musica italiana, le sei del mattino e le parole. Quelle belle. Credo che il mondo sia dei curiosi, dei matti e di chi sa ascoltare.

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