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KEEP CALM AND… PULL UP!

Questo Martedì è per lo sport.

Scelgo di affrontare questo argomento da mera appassionata del settore.

Non da esperta (o presunta tale). Non da chi ne sa, ma da chi ne fa.

(Credo che l’errore più diffuso tra chi si accinge a parlare di qualcosa, sia quello di farlo come se ne fosse un luminare pur quando non lo è. Non capendo, invece, che a volte l’occhio dell’utente o del semplice praticante ha referenze migliori e riscontri più attendibili.)

La pratica di una qual si voglia attività fisica è sempre stata fortemente radicata in tutti i membri della mia famiglia. Ci è stato insegnato a nuotare ancora col pannolino e le rotelle sono state attaccate alla bicicletta solo lungo il tragitto dal negozio a casa.

Ricordo le cassette di Jill Cooper collezionate da mio padre (Eh! Chi è nato dopo il 90 non potrà certo ricordarle!) e le sfide tra i miei zii a colpi di Karate al termine di lunghi pranzi domenicali.

(Mi chiedo come facessero a non vomitare!)

In questo ambiente di “spegni la televisione e vai a giocare a pallone” era naturale che crescessero individui votati allo sport.

Ricordo che superata la fase di scuola calcio o pallavolo, tutti i miei amici abbandonavano l’idea di muoversi che non fosse diretta ad uno scopo più mondano.

Io no. La palestra è sempre stata la mia seconda casa.

Da ragazzina, a volte, mi sarebbe piaciuto nascere maschio.

Invidiavo un po’ la forza fisica e la resistenza tradotte, nella mia mente, in credibilità e forza d’animo che sembravano trapelare dalla fisicità di mio padre, prima, di mio fratello, dopo.

Ma i pesi, il bilanciere, i chilometri di corsa sotto la pioggia mi davano conferma che pur essendo donna, non fossi meno forte di loro.

Io non so se questa forma mentis, portatrice della mia propensione allo sport, giustificasse o costituisse valido motivo per praticarlo.

Ma sicuramente non era paragonabile all’obiettivo UNICAMENTE estetico e d’apparenza che echeggia in molte sale moderne.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno social relativo allo sport.

Molta gente si è avvicinata a discipline nuove (o semplicemente estere, arrivate qui da noi sempre con il fuso orario), a nuovi metodi di allenamento e nutrizione che ai miei tempi avrebbero risuonato come il dialetto di Guglionesi per un veneto.

Il che, di per sé, è un bene. Mi sorprende positivamente vedere persone impegnarsi per il proprio benessere. Ma la domanda è…

A quale benessere mirano?

Ho sentito uno strano odore di vanità nelle palestre moderne.

Che non è un male, né una vergogna. Se non fosse che spesso, questa, costituisce l’UNICO movente.

E l’UNICO obiettivo dell’intera attività sportiva è la sua soddisfazione.

(Non dimentichiamo che la Vanità costituisce un peccato capitale!)

Non voglio fare la moralista (NON LO SONO, MI VEREBBE MALE!).

Piuttosto sono un’appassionata preoccupata.

Una che nello sport vede lo sfogo ad una giornata no. Il superamento di limiti fisici ma soprattutto mentali. Quasi una terapia.

(ANZI, PROPRIO UNA TERAPIA! )

Una che, in una palestra, ha instaurato rapporti di stima e confidenza poco lontani da vere amicizie.

Rapporti di comprensione, aiuto reciproco. Di sprono quando “quest’esercizio proprio non mi viene”.

E con il giusto sprono, alla fine ce l’ha sempre fatta.

Sono una che nello sport, a qualunque livello, vede competizione. Tra chi era ieri e chi vuole essere domani.

Una sorta di partita dagli infiniti match che oggi vede vincere un tuo limite, domani vedrà te vincerlo.

Finché vittorie e sconfitte intervallate da dedizione ed impegno, acclameranno su un podio immaginario soltanto la Campionessa Determinazione.

E quell’estetica, la più comune bellezza (in chiave sportiva ed ipertrofica, naturalmente) costituirà il risultato incidentale di cotanto impegno (il che non guasta affatto!), non il solo traguardo.

Altrimenti, sarebbero inutili il sudore, la fatica, la lealtà sportiva. Basterebbero strani (e purtroppo diffusi) escamotage che garantiscono a più o meno chiunque un riflesso nello specchio sbalorditivo.

Ma quello non è Benessere. Non è Sport. Non è Salute.

In quest’ottica amatoriale e senza troppe pretese, mi sono di recente avvicinata alla Calistenia.

(Ancora una volta con lo zampino di mio fratello.)

Ed alla fine le pretese sono arrivate. Dalle mie gambe, che chiedono di saltare un centimetro in più. Dalle mie braccia, che vogliono diventar leva per un movimento nuovo. Dal mio cuore. Quando al termine di quel “suicidio di massa” chiamato lezione, pompa forte ma urla “Di più!”

Ho trovato un luogo con le stesse sane idee inculcatemi a casa mia.

Non ci sono le cassette di Jill Cooper, né gli strani attrezzi di Media shopping acquistati da mio padre.

Ma c’è dentro la stessa forma di divertimento funzionale. Un armadietto in cui archiviare il giorno di lavoro, in cui lasciare il telefono.

Ci sono i sorrisi delle persone che vivono vite complicatissimamente normali. Casini quotidiani. Problemi di soldi, di cuore, di delusioni.

Gente che, come tutti nella vita, almeno una volta non si è sentita all’altezza.

E arrampicandosi su quelle barre, per il tempo di una sola trazione, l’altezza la supera.

La guarda rimanere in basso, assieme a tutto ciò che non ha voglia di portare lì sopra.

C’è Luca. Che ha studiato libroni di anatomia, ha sfidato la crisi economica ed ha creduto nel suo progetto.

La sua mamma e il suo papà che, come i miei, gli hanno insegnato cos’è il gioco di squadra.

E Martina. Che l’unica pillola che può consigliarti è una pillola di saggezza.

Ci sono due pazzi. Due strani soggetti che da qualche mese continuano a dirmi che ce la posso fare.

E quando li guardo salire e scendere da tre metri di sbarre, con la leggerezza di un filo d’erba, quasi quasi ci credo anche.

C’è una famiglia.

Quella che lo sport dovrebbe creare. Quella che il benessere te lo trasmette.

Uno di quei luoghi puliti in cui, vi auguro, di scoprire l’amore per la vostra vera salute.

(E senza accorgervene, avrete anche ottenuto un gran bel sedere!)

Sportivi e non….

Poi, fammi sapere!

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About Lisa Toma

Lisa Toma
Scrivo. Da ancor prima di iniziare a parlare. Scrivo di tutto ciò che il mondo voglia raccontarmi. Amo il mare, l'odore di zucchero filato, la musica italiana, le sei del mattino e le parole. Quelle belle. Credo che il mondo sia dei curiosi, dei matti e di chi sa ascoltare.

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