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QUELLO CHE NON SAI DI TE

Qualche giorno fa, mi sono improvvisata tutor di una collega arrivata da poco.

In realtà è una cosa che faccio spesso, non tanto per la propensione (o presunzione) di poter insegnare qualcosa, quanto per la tenerezza che mi provocano le persone appena arrivate in un luogo di lavoro.

Ricordano me, in ognuno dei miei primi giorni, in ognuno dei miei luoghi di lavoro (da cui non sono mai stata licenziata!).

Immagino cosa si provi, anzi lo ricordo benissimo. Ci si sente spaesati, desiderosi di trovare nella memoria la giusta teoria da applicare a ciò che di pratico si è in procinto di fare. Consapevoli di averlo studiato, in un tempo lontano.

(Cavolo, lo sapevo che non avrei dovuto saltare tutto il capitolo dieci, perché “tanto, non lo chiedono mai!”)

Bene, al termine del mio excursus (spero non troppo prolisso) sul procedimento tributario (vi ho detto che studio Legge? Tra un cocktail e un articolo, sono giunta praticamente alla fine del percorso universitario), la mia interlocutrice esclama:

“E’ tutto chiaro! Grazie. A scuola non sembravi così disponibile!”

Quel commento tanto confidenziale da non poter essere arginato alla fase di mero pensiero, mi ha aperto una faglia nella mente.

Eravamo a scuola insieme, questo lo ricordo. Io all’ultimo o penultimo anno quando lei iniziava. Ai tempi di un “Pilla” vivace e brulicante di idee. (Santo Pilla! Non so chi sarei oggi senza i cinque anni di Ragioneria!).

A scuola, non sembravo disponibile.

Io ricordavo di esserlo. Forse ricordavo male.

Sta di fatto che ho iniziato ad interrogarmi sull’impressione che inconsciamente diamo di noi stessi.

Su quello che gli altri percepiscono quando intercettano un nostro segnale.

La scuola è una comunità a tutti gli effetti. La riproduzione in scala dei nostri paesi, città, regioni.

Quel posto in cui, alla fine ci si conosce un po’ tutti, pur senza essersi mai fermati a chiacchierare tra i corridoi.

E, come in ogni comunità, si esprime (e si subisce) l’opinione.

Ora, io sono convinta che ognuno di noi sia una triade di personaggi. Quello che ognuno crede di essere, quello che è effettivamente e quello che gli altri pensano che sia.

(Oh mio Dio, devo aver mangiato pesante oggi, per avere questi slanci filosofici!)

Sebbene le TRE facce della medaglia (è una medaglia tridimensionale!), viaggino strettamente correlate l’una con l’altra, in una condizione di interscambio reciproco, quella che prende rilevanza nella vita sociale è soltanto l’ultima.

Come se la Sig.ra Opinione altrui, fosse l’attrice protagonista, sceneggiata dalla Signora Considerazione di sé, entrambe dirette da una onnisciente, Egregia, Illustrissima, Serenissima Dottoressa Realtà.

(In questo momento, mi sento Pirandello alle prese con i sei personaggi in cerca d’autore, sotto l’influenza di “Uno, nessuno e centomila”!)

Se gli altri ci etichettano in un qualsiasi modo (magari a nostra insaputa), sarà molto difficile che i loro occhi possano un giorno darci un nuovo volto.

Cambiare idea.

A volte accade. (Dopo dieci anni, al termine di una lezione improvvisata sul procedimento tributario.)

A volte, non accade. Perché non c’è occasione, non c’è incontro, né scontro.

O semplicemente perché ve bene così, che ognuno pensi dell’altro ciò che più gli aggrada.

Quello che sto cercando di ricostruire è un equilibrio. Tra il dentro e il fuori.

Perché è ipocrita dire che, dell’opinione altrui, non ce ne importa nulla.

A volte, gli altri, sanno di te ciò che tu non sai.

La politica, l’economia, l’arte… Le amicizie, gli amori… hanno tutti radice nelle opinioni altrui.

E, sebbene talvolta io sia la prima che pensa di comprare una capra e un bastone per arrampicarsi alla volta di un eremo in Tibet, devo ammettere GUAI SE NON FOSSE COSI’.

Guai se non dovessimo essere mai giudicati, mai corretti, mai opinabili.

Guai se non avessimo altro parametro che la nostra stessa opinione.

Guai se nessuno potesse esaminarci, etichettarci, disegnarci.

Anche sbagliando. Nella libertà di non incorrere in sanzione.

Il giudizio degli altri ci mette in discussione, ci sprona, ci migliora.

Gli altri arricchiscono di esperienza la nostra realtà così da poterla manifestare in modo nitido agli stessi, ridimensionando o rafforzando la propria percezione di sé. (E perché no, anche l’autostima!)

Così da rendere i tre personaggi protagonisti eguali. In momenti diversi, di diversa intensità, nella trama dello stesso film. Ognuno meritevole di un Oscar al coraggio. Quello di esser venuto fuori, senza lasciarsi sopraffare dal carisma affascinante della sola opinione altrui.

Dai valore a ciò che credi di essere, ma concediti il dubbio confrontandoti con ciò che gli altri pensano di te e adatta, poi, i tuoi obiettivi a ciò che realmente sei.

Renditi disponibile alla sfida di far cambiare idea. Magari sarai tu, a cambiarla su di te.

E in ogni modo, servirà.

Serve sempre mettersi in dubbio.

E se hai dubbi… poi, fammi sapere.

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About Lisa Toma

Lisa Toma
Scrivo. Da ancor prima di iniziare a parlare. Scrivo di tutto ciò che il mondo voglia raccontarmi. Amo il mare, l'odore di zucchero filato, la musica italiana, le sei del mattino e le parole. Quelle belle. Credo che il mondo sia dei curiosi, dei matti e di chi sa ascoltare.

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