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La ricerca è il futuro e il benessere di un paese: fermiamo la fuga dei cervelli, quelli italiani forse i migliori al mondo

Intervista con Manuela Guardi.

fuga di cervelliIl progresso, anche finanziario, di un Paese dipende in larga misura, è un dato di fatto, da quanto si è disposti ad investire nell’istruzione e nella ricerca. Nonostante sia palese ciò, la ricerca scientifica in Italia lamenta costantemente la carenza di finanziamenti . Secondo i dati relativi al 2015 di EUROSTAT infatti, investiamo circa l’1,33% del PIL contro una media europea pari al 2,03% ed abbiamo un numero inferiore di ricercatori rapportato alla popolazione.
Partendo dal presupposto che l’istruzione italiana è una delle migliori al mondo e dal fatto che la capacità di superare una crisi di un determinato Paese è direttamente proporzionale al suo sviluppo tecnologico, scientifico ecc., perchè lasciamo che le nostre menti migliori espatrino? Malgrado l’infelice affermazione del Ministro Poletti di qualche tempo fa, ogni volta che un giovane laureato, magari ricercatore, va all’estero, l’Italia si priva della possibilità di essere un Paese all’avanguardia oltre che di una risorsa che ha formato per anni investendo ingenti somme di cui beneficeranno poi gli altri.
Sul tema abbiamo intervistato Manuela Guardi, ricercatrice dell’ospedale di Reggio Emilia nonché Istituto di Ricovero e cura a carattere scientifico.

Quale è il tuo percorso di studi e professionale?

Ho preso la laurea triennale in Scienze biologiche e la laurea magistrale in Biologia molecolare. Spero di poter continuare con un dottorato di ricerca.

Perché hai scelto di fare la ricercatrice?

Sono sempre stata molto curiosa di scoprire come e perché un certo fenomeno avvenisse e fin da bambina mi ha attratto tutto ciò che concerneva le scienze. Durante gli anni universitari mi sono appassionata allo studio dei meccanismi molecolari che stanno alla base dello sviluppo degli esseri viventi.

Che significa per te essere una ricercatrice?

Innanzitutto per essere un ricercatore bisogna essere estremamente curiosi verso “il nuovo”, cercando di osservare sempre tutto con spirito critico. Stare dentro un laboratorio è molto divertente, ogni giorno è diverso dal precedente e grazie al confronto con i colleghi non si smette mai di imparare e di affinare le proprie capacità di riflessione, ma non è un lavoro semplice: implica un continuo aggiornamento sulla materia di studio e molte volte è come se non si smettesse mai di lavorare perché torni a casa continuando a pensare al tuo esperimento. In ogni caso, nonostante sia un lavoro malpagato e pieno di sacrifici, per me rimane il più bello del mondo: ti permette di scoprire, per primo, qualcosa che ancora al resto del mondo è sconosciuta. E se con quella scoperta, seppur piccola, contribuisci alla conoscenza di malattie oggi incurabili, ti senti pienamente gratificato.

Che significa essere una ricercatrice in Italia? Quali difficoltà si riscontrano?

In Italia, purtroppo, non viene riconosciuto il giusto valore che la figura del ricercatore merita, anche perché si tende a commettere il grave errore di non investire in quei settori, come il mondo della ricerca, che non danno un ritorno immediato, ma nel tempo. A causa, quindi, di questa grave mancanza di fondi, molto colleghi, non trovando opportunità lavorative, abbandonano completamente questo campo oppure sono costretti a trasferirsi all’estero. Questo è un vero peccato, in quanto vengono fatti grandi investimenti per formare, forse, i più preparati ricercatori al mondo, per poi lasciare che altri paesi possano beneficiare della loro conoscenza.

Perché è cosi importante la ricerca?

La ricerca è semplicemente il futuro di un paese. Chi investe nella ricerca garantisce il miglioramento delle condizioni attuali e delle future generazioni. Per questo è importante porre un freno alla fuga dei cervelli: i giovani ricercatori italiani dovrebbero poter trovare le condizioni lavorative adatte per poter restare in Italia, contribuendo cosi ad accrescere lo sviluppo e la competitività del proprio paese.

Di che ti stai occupando attualmente?

Mi occupo di metabolomica, una disciplina che studia piccole molecole, chiamate metaboliti, nei fluidi biologici e nello specifico, nel siero di donatori da cui si ricavano dei colliri destinati alla cura di alcune patologie dell’occhio umano.

Come vivi i risultati di una ricerca? Ed i fallimenti?

Come ho detto prima, fare ricerca è davvero molto impegnativo ed il fine ultimo è quello di far conoscere le nuove scoperte al mondo intero mediante le pubblicazioni scientifiche. Tuttavia, si ottengono anche molti risultati negativi che, però, non devono scoraggiare. Ogni dato ottenuto è importante ed anche gli eventuali fallimenti devono essere presi in considerazione per poter migliorare gli esperimenti futuri.

Come possiamo aiutare lo sviluppo della ricerca?

Uno dei modi per poter supportare la ricerca scientifica in Italia è quello di destinare una quota pari al 5X1000 dell’imposta sul reddito delle persone, ad una organizzazione no profit (ad esempio, Telethon, AIRC, AIL ecc.) , mediante compilazione dell’apposita sezione nella dichiarazione dei redditi. E’ giusto precisare che il 5X1000 non è una tassa in più, ma semplicemente una quota che il singolo contribuente destina alla ricerca, senza ulteriori costi aggiuntivi, accrescendo la speranza di poter trovare una cura a malattie sconosciute grazie all’impegno importantissimo dei ricercatori italiani.

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