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Agromafie: Coldiretti, In Molise è bassa l’intensità del fenomeno

L’intensità del fenomeno dell’Agromafia nel settore agroalimentare in Molise risulta essere basso tanto in provincia di Campobasso che in provincia di Isernia, piazzatesi rispettivamente al 87mo e 88mo posto della graduatoria delle 106 provincie italiane, elencate in ordine decrescente per intensità del fenomeno. “Questa situazione – osserva il presidente regionale di Coldiretti Molise, Saverio Viola –  pur assumendo connotati rosei rispetto al contesto nazionale, non ci deve comunque far abbassare la guardia dal momento che – precisa Viola – quest’anno si è avuto, inaspettatamente, un ritorno, sia pure al momento contenuto e ben contrastato dalla forze dell’ordine, al furto dei trattori e all’abigeato”.
Il dato riguardante le provincie molisane, come quelle del resto della Penisola, è emerso nel corso della presentazione del quinto Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, tenuta oggi a Roma presso il Centro Congressi di Palazzo Rospigliosi, sede della Confederazione nazionale Coldiretti. La seconda regione più piccola d’Italia non è tuttavia esente dai furti in azienda. L’intensità del fenomeno delle agromafie è calcolata sulla base delle risultanze quantitative delle azioni di contrasto specifiche messe in atto dalle diverse Forze dell’ordine per questo particolare aspetto criminale.
I dati diffusi oggi hanno evidenziato che il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro, con un balzo del 30% nell’ultimo anno. Nel rapporto si evidenzia, inoltre, che tale stima rimane, con tutta probabilità, ancora largamente approssimativa per difetto, in quanto restano inevitabilmente fuori i proventi derivanti da operazioni condotte “estero su estero” dalle organizzazioni criminali, gli investimenti effettuati in diverse parti del mondo, le attività speculative poste in essere attraverso la creazione di fondi di investimento operanti nelle diverse piazze finanziarie, il trasferimento formalmente legale di fondi attraverso i money transfer in collaborazione con fiduciarie anonime e la cosiddetta banca di “tramitazione”, che veicola il denaro verso la sua destinazione finale.
La filiera del cibo, della sua produzione, trasporto, distribuzione e vendita, ha tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, come si diceva un tempo, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0.
“Sul fronte della filiera agroalimentare – spiega la Coldiretti – le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del nostro vero o falso Made in Italy, la creazione all’estero di centrali di produzione dell’Italian sounding e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto”. Nel 2016 si è registrata, inoltre, un’impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano dove quasi quotidianamente ci sono furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall’olio al vino) e animali con un ritorno prepotente dell’abigeato. Un fenomeno, questo, tristemente noto anche in Molise dove furti del genere sono segnalati specialmente nelle zone della fascia costiera in provincia di Campobasso.  Non si tratta più soltanto di “ladri di polli” quanto di veri criminali che organizzano raid capaci di mettere in ginocchio un’azienda, specie se di dimensioni medie o piccole, con furti di interi carichi di olio o frutta, depositi di vino o altri prodotti come file di alveari, intere mandrie o trattori caricati su rimorchi di grandi dimensioni.
Tra tutti i settori “agromafiosi”, continua la Coldiretti, quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali. Il business dei profitti criminali reinvestiti nella ristorazione coinvolgerebbe oltre 5.000 locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città. Attività “pulite” che si affiancano a quelle “sporche”, avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari secondo il Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare.

“Le agromafie vanno contrastate nei terreni agricoli, nelle segrete stanze in cui si determinano in prezzi, nell’opacità della burocrazia, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale, ma soprattutto con la trasparenza e l’informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto che arriva nel piatto”, ha affermato il presidente nazionale della Coldiretti, Roberto Moncalvo, nel sottolineare che “per l’alimentare occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento”.

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